Bretton Woods fu una conferenza tenutasi nel 1944: gli Stati Uniti avevano ormai vinto la Seconda Guerra Mondiale, sebbene non fosse ancora terminata, e gli accordi stilati in quell’occasione altro non furono che la conseguenza del ruolo egemone statunitense. Brevemente, si decise che tutte le valute mondiali potevano essere convertite in dollari, e questi ultimi in oro. Grazie alla presenza del metallo prezioso quindi le monete acquistavano un valore sicuro.

Nel ’44 però, e anche nei decenni a venire, non si focalizzò l’attenzione (o non si è voluto farlo) su un punto di estrema rilevanza socio-economica: la moneta, usata come mezzo di scambio, ha un valore intrinseco, dato dalla fiducia che chi la utilizza ripone in essa.

Nel 1971 altro giro di boa: gli USA abolirono gli accordi di Bretton Woods, eliminando la possibilità di cambiare i dollari con l’oro. Punto di svolta determinato da una semplicissima evidenza: non c’era oro a sufficienza per coprire tutti gli scambi monetari del pianeta. Forse lo si sarebbe potuto prevedere nel ’44, ma in clima di guerra probabilmente non si guardò a possibili scenari futuri.

Dal ’71 quindi si iniziò a stampare moneta senza che fosse necessario il precedente vincolo con l’oro depositato: bastava la fiducia del popolo utilizzatore. E però le banche centrali, depositarie dell’incarico di emettere banconote, poterono così creare moneta dal nulla, senza appunto che ci fosse l’oro a fare da garante. La stampa di moneta, nota bene, viene inserita in bilancio come passivo.

Sembra paradossale ma proviamo a fare chiarezza.

Nel caso specifico dell’Italia, la Banca d’Italia possiede un bene collettivo (le banconote, la cui sovranità, è bene ricordarlo, è dello Stato) ma inserendolo tra i passivi lo trasforma in debito per la cittadinanza. Secondo quanto si legge sul sito della Banca d’Italia, i redditi derivati dall’emissione di moneta (che altro non sono che il signoraggio) vengono riversati allo Stato. Peccato che non sia del tutto così. Per dare qualche numero: nel 2015, ad esempio, la Banca d’Italia ha riversato allo Stato circa 2 miliardi, ma di interessi ha guadagnato 5,7 miliardi.

Ed ecco che la voragine del debito si allarga esponenzialmente.